Quando oggi prendiamo in mano il Nuovo Testamento greco, è facile dimenticare che la sua forma stampata ha una storia — e che uno dei suoi punti di svolta fu l’edizione del 1516 preparata da Erasmo da Rotterdam. Il suo Novum Instrumentum Omne viene talvolta considerato come il “testo originale” o come una “fonte normativa”. Dal punto di vista metodologico, tuttavia, era qualcos’altro: un prodotto editoriale, non una testimonianza della trasmissione più antica.
Erasmo non scoprì un nuovo manoscritto né riportò alla luce un archetipo dimenticato. Lavorò sui manoscritti bizantini relativamente tardi a sua disposizione. Li confrontò, scelse le varianti e talvolta ricostruì i passaggi mancanti. La sua opera fu dunque il risultato di decisioni — decisioni consapevoli e filologiche, ma pur sempre decisioni di un editore del XVI secolo. Non è il manoscritto che parla direttamente in questo libro. È Erasmo che parla attraverso di esso.
E tuttavia l’importanza di questo progetto è difficile da sopravvalutare. Non perché abbia fornito un “testo definitivo”. Non perché abbia risolto le controversie sulle varianti. Ma perché ha incarnato un particolare gesto intellettuale: il ritorno alle fonti.
In un’epoca in cui la Vulgata funzionava come una norma quasi indiscutibile, Erasmo osò dire: bisogna tornare al greco — ad fontes (“alle fonti”).
La sua edizione divenne un ponte. Da un lato era radicata nella tradizione manoscritta; dall’altro preannunciava la moderna critica testuale. Non è una prova nel senso di una testimonianza originaria. È un momento nella storia della ricerca delle fonti. È testimonianza del fatto che il testo biblico può e deve essere esaminato, confrontato e analizzato.
Si potrebbe dire che Erasmo non tanto “stabilì il testo” quanto cambiò il modo di pensare il testo. Aprì uno spazio in cui il Nuovo Testamento cessò di essere soltanto trasmissione della tradizione e divenne oggetto di lavoro filologico. In questo senso, la sua opera non è la fine del cammino né un punto definitivo. È l’inizio di un processo.
E forse è proprio così che vale la pena leggerla: non come norma, ma come tappa. Non come prova, ma come segno di un’epoca in cui la ricerca delle fonti cominciò ad avere la precedenza sulla ripetizione irriflessa della tradizione.
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